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Omicidi

Marta Russo: un delitto imperfetto e insensato

Il 9 maggio 1997, alle ore 11.35, Marta Russo sta passeggiando con un’amica per la città universitaria della Sapienza di Roma. In pieno giorno, in mezzo a tanti altri studenti come lei. L’ultimo posto al mondo dove ci si aspetterebbe un omicidio. Eppure, un proiettile proveniente da non si sa dove rompe la tranquilla routine dell’ateneo romano e raggiunge la ragazza alla testa, portandola alla morte dopo cinque giorni di agonia.

Per i giornali, è una storia incredibile cui dedicare la massima copertura possibile. Per gli inquirenti, un puzzle sconcertante, senza movente, senza rivendicazioni, un delitto dalle modalità assurde. Per i genitori e gli amici della ragazza, un incubo senza senso, capitato all’improvviso, e destinato a durare.

Viene subito escluso qualunque collegamento politico o criminale della vittima. Nello sconcerto, gli inquirenti pensano alle date, all’anniversario di alcuni gravi fatti di terrorismo, alle recenti elezioni dei rappresentanti studenteschi. Niente. Viene individuata la finestra da cui è partito il colpo, nell’istituto di filosofia del diritto, sulla base di alcuni residui rinvenuti. Il direttore dell’istituto viene arrestato, forse senza altra ragione oltre al fatto che ne è appunto il direttore, e la frustrazione degli inquirenti.

Sono gli studenti stessi a suggerire una pista: quella del “delitto perfetto”. Un argomento del quale due giovani assistenti universitari, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, parlavano spesso, o sul quale avrebbero addirittura tenuto un seminario. I due si proclamano del tutto estranei ai fatti ma i loro alibi non vengono confermati. Si va al processo che li vede principali accusati, insieme ad altri individui collegabili alla ‘ndrangheta che saranno via via prosciolti. La pista della criminalità organizzata è stata in seguito completamente abbandonata.

La testimonianza chiave che ha portato alla condanna di Scattone è quella di Gabriella Alletto, segretaria dell’ istituto. “Vidi Ferraro portarsi la mano sulla fronte in segno di disperazione. Scattone nella mano destra impugnava una pistola nera…”. Scattone avrebbe sparato forse per sbaglio mentre si divertiva a prendere di mira i passanti, o comunque senza l’intenzione di colpire qualcuno. Ferraro l’avrebbe aiutato. Francesco Liparota, usciere, sospettato di favoreggiamento verso i due è stato infine assolto in Cassazione, che ha invece condannato in via definitiva i due dottorandi per avere sparato, accidentalmente, dalla finestra dell’aula 6.

Resta il fatto che i residui che hanno portato all’identificazione della finestra sono solo indizi, non prove. E che secondo molti la testimonianza dell’Alletto è stata estorta con le minacce. E anche secondo il famoso video registrato durante un interrogatorio dalla telecamera nascosta, nel quale la donna continua a ripetere di non essere mai entrata in quell’aula.