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Stragi

La Strage di Torre Annunziata: la corriera dei killer

Per anni si è detto del tutto a sproposito che la camorra, diversamente da altre organizzazioni criminali, uccide poco, quasi con parsimonia, che è meno nociva delle rivali per esempio siciliana e calabrese. Ma anche prima dei Casalesi e degli scissionisti che ci ha raccontato Saviano la camorra, proprio quella dal volto umano di una volta, uccideva eccome.

La Strage di Torre Annunziata o Strage del circolo dei pescatori, detta anche Strage di Sant’Alessandro, oggi praticamente dimenticata dai media, avvenne il 26 agosto 1984. Pochi giorni prima, il 18 agosto, era stato rubato un autobus presso Scalea, in provincia di Cosenza. L’idea di rubare un autobus è già di per sé strana, come si fa a piazzare al mercato nero un simile mezzo, che certo non passa inosservato? E infatti non si trattava di un furto a scopo di lucro: l’autobus doveva essere usato per commettere un delitto.

Uno penserebbe a un’autobomba, e invece… un simile modus operandi non si è mai visto, neppure nei più truci poliziotteschi degli anni ’70: forse persino in un film di Tarantino la trovata sembrerebbe esagerata, fuori luogo. Invece il gruppo di fuoco dei camorristi di Torre Annunziata, 14 persone, un po’ come i ribelli irlandesi della Easter Rising nel 1916 a Dublino, sale tranquillamente sul pullman per andare a sparare. Ma, diversamente dai nazionalisti irlandesi, senza pagare il biglietto.

L’autista li porta davanti al circolo dei pescatori di Torre Annunziata, dove spesso si riuniscono i membri di un clan rivale, e lì si ferma.  Sul mezzo c’è bene in vista il cartello “GITA TURISTICA”. I killer scendono e tutti e 14 cominciano a scaricare le armi su soci e avventori della struttura, uccidendone 8 e ferendone altri 7. Grossomodo una vittima per ciascuno, insomma. Solo che nello scegliersi i bersagli non devono essere stati particolarmente accurati, se è vero che quello che si ritiene essere stato l’obiettivo principale della spedizione, il boss Valentino Gionta, riesce a fuggire. Anche gli assassini si allontanano indisturbati.

Naturalmente si potrebbero dedicare fiumi di inchiostro alla ricostruzione delle dinamiche criminali che, dopo l’incarcerazione del capo indiscusso della nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo, hanno portato a lotte di potere tra i clan che tentavano di dare un nuovo assetto a loro favorevole al territorio. Così tra affari e omicidi il clan di Antonio Bardellino avrebbe sentito la necessità di dare una dimostrazione di forza a quello dei Gionta. Ma forse è più importante ricordare che il giornalista Giancarlo Siani, che aveva tentato di ricostruire l’intricata vicenda di queste faide, fu lui stesso condannato a morte e giustiziato: perché aveva pubblicato informazioni ritenute offensive per uno dei clan, o più probabilmente per essere andato troppo vicino alla verità.