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Truffe e Furti

Il furto della Gioconda

La Gioconda sparisce dal Louvre la notte tra domenica 20 e lunedì 21 agosto 1911. Appena viene notata la scomparsa del quadro, 60 ispettori del Quai des Orfèvres si mettono a setacciare prima il museo poi la città, e nonostante sia stato imposto il silenzio sulla faccenda la gente e i giornali non ci mettono molto a capire che cosa sia successo.

furto della gioconda di leonardo da vinciLe indagini seguono le piste del feuilleton: si pensa a improbabili complotti germanici orditi dalle spie del Kaiser, a folli amanti dell’opera leonardesca affetti da sindrome di Stendhal. I primi indiziati del furto veri e propri, però, sono Pablo Picasso e Guillaume Apollinaire. A Picasso è costata cara una boutade da caffè per artisti alternativi (allora di diceva bohémiens): “vado al Louvre, serve niente?” – sembra amasse ripetere agli amici. Alludendo al fatto che il museo non era proprio un Fort Knox dell’arte. E i fatti gli danno ragione nella maniera più clamorosa.

Peccato che oltre a scherzare i due amici un paio di ricordini dal Louvre se li fossero fatti portare davvero, a pagamento s’intende, da un personaggio che oggi definiremmo “marginale”: il belga Géry-Piéret. Un trafficone, mezzo avventuriero mezzo ricettatore, che ha fatto per qualche tempo il segretario di Apollinaire. Per pochi soldi procura a Picasso due teste, sottratte al museo, che serviranno da modello per il rivoluzionario Les demoiselles d’Avignon. Non riuscendo a piazzarne una terza, ha la bella idea di venderla a un giornale che farà lo scoop sulla carenza delle misure di sicurezza. Da lì, segue per primo l’arresto di Apollinaire, e un interrogatorio in cui Picasso terrorizzato nega l’evidenza. Però le teste sono poca cosa, materiale di scarto quasi, e si capisce presto che con la Gioconda non c’entrano niente.

Infatti ce l’ha Vincenzo Peruggia, imbianchino e verniciatore nato a Dumenza (VA) l’8 ottobre 1881, e all’epoca impiegato presso il Louvre. Il furto? Una banalità. L’uomo si era nascosto in un armadio col quadro ed era uscito la mattina dopo portandolo sotto il cappotto. Ma non l’ha fatto per soldi, dirà due anni dopo, scoperto dopo aver cercato di “restituirla” a un antiquario fiorentino. Infatti è ricordato come un patriota, ingenuo sì, ma pur sempre patriota. Che credeva che l’opera fosse stata portata in Francia da Napoleone. E invece è proprietà dei re di Francia almeno dal ’600, probabilmente venduta dallo stesso Leonardo. Possibile che uno che lavora al Louvre – per quanto con umili mansioni – non sappia queste cose? Ci è o ci fa, insomma?

C’è chi dice che il quadro avesse viaggiato parecchio, nei due anni di assenza. Presso antiquari senza scrupoli di varie nazionalità, che però finivano sempre per giudicarlo invendibile. Alla fine, con la “restituzione” Peruggia ottiene la fama, una condanna mite, collette patriottiche e una nuova vita. Definito “mentalmente minorato” dal perito del tribunale, non sconta neppure un giorno di prigione. Il dubbio rimane…