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Stragi

Giovanni Falcone e la strage di Capaci

“Dottore, che fa? Così andiamo ad ammazzarci!”

In piena corsa sull’autostrada, il giudice ha tolto le chiavi dal cruscotto dell’auto. Un gesto assurdo, come se quell’uomo sommerso dalle responsabilità e dal peso dell’isolamento non si rendesse più nemmeno conto di dove si trovava. È il 23 maggio 1992.

Guida Giovanni Falcone, quel giorno, con la moglie Francesca Morvillo al suo fianco, ma le chiavi sono quelle dell’autista Giuseppe Costanza, seduto dietro. Quando Costanza gli ricorda che arrivati a destinazione dovrà restituirgliele, Falcone sovrappensiero le estrae dal quadro comandi. Un gesto che a macchina in moto è quantomeno pericoloso, quasi una roulette russa. Un gesto che rivela lo spaesamento di chi è costretto a vivere sotto scorta 24 ore su 24: separato dalla vita ordinaria delle persone normali da un cordone di protezione permanente, una sorta di filtro o seconda pelle che non ti abbandona mai, nemmeno quando dormi. Forse è impossibile capire, per chi non ci è passato. Paradossalmente, per Falcone la stretta era ancora più rigida, la barriera di separazione dalla realtà del quotidiano ancora più alta proprio nella sua città – Palermo – piuttosto che a Roma o in America.

Quel gesto non ha le conseguenze tragiche che avrebbe potuto avere. Semplicemente, l’auto comincia a rallentare, normale effetto del freno motore. Perde terreno rispetto alla vettura che la precede. Non tanto. Uno spazio che sull’autostrada scorre in frazioni di secondo. E che risparmia agli occupanti di subire in pieno la violenza dell’esplosione di 400 kg di tritolo posti nel cunicolo di drenaggio sotterraneo nei pressi dello svincolo di Capaci. L’autista di Falcone, quel giorno ridotto a passeggero, viene sbalzato fuori dall’auto via parabrezza quando il veicolo si infrange contro la barriera di detriti generata dall’esplosione. Il giudice e la moglie invece non hanno questa fortuna, come non ce l’hanno gli occupanti della Croma blindata che apre il corteo: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro muoiono subito.

Così, a nulla sono valsi segretezza, auto blindate, agenti di scorta, armi e giubbotti antiproiettile. Alla fine, l’ala stragista della mafia l’ha avuta vinta. Una spia seguiva tutti i movimenti di uno degli agenti, chissà da quanto. Il tritolo era già stato preparato da mesi, c’è chi dice recuperato dalle mine della seconda guerra mondiale. E, come tutti gli italiani ricordano, non è che l’inizio. Cosa Nostra colpirà ancora molte volte, prima di rinunciare – speriamo per sempre – alla politica del terrore in grande stile.

Una vittoria dello Stato, come quella sul terrorismo? Purtroppo, neppure questa verità consolatoria può essere presa per certa. Non è affatto detto che sia stata solo la repressione, le confessioni dei “pentiti” e le catture dei latitanti, a chiudere questa pagina. Sarà la magistratura a stabilire se, posto di fronte al rischio di una nuova strategia stragista, lo Stato abbia anche trattato.