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Serial Killer

Gianfranco Stevanin

È Il 16 novembre 1994, al casello autostradale di Vicenza ovest una donna urlante corre verso un’autopattuglia dei carabinieri. È una donna molto fortunata. Si chiama Gabrielle Musger e fa la prostituta, Gianfranco Stevanin l’ha caricata sulla sua auto quel giorno e l’ha convinta a consumare il rapporto a casa sua. Un’imprudenza, perché dopo il rapporto, già di per sé violento, l’uomo tira fuori una pistola e un taglierino per costringerla a farsi fotografare legata in una stanza apposita, piena di armamentario sadomaso. La donna non ci sta, chiede di andare in bagno, tenta la fuga, Stevanin è fuori di sé, la vuole ammazzare. Lei gli promette dei soldi, che però tiene nascosti fuori Vicenza. Lo convince ad andarli a prendere in macchina. Fortunatamente per lei, Stevanin deve fermarsi al casello: i carabinieri lo arrestano per violenza sessuale, ma è solo l’inizio.

A casa sua trovano un imponente archivio di foto pornografiche – molte scattate da lui stesso alle sue partner, registrate in un apposito schedario – scatole contenenti peli pubici e oggetti personali di alcune donne. Almeno due delle quali, scomparse senza lasciare tracce. Da maniaco ed estorsore, Stevanin diventa un sospetto serial killer. Lui nega, ma gli inquirenti decidono di scavare – letteralmente. Il primo rinvenimento è fortuito, in un terreno confinante. I due successivi, invece, avvengono sul suo terreno. Non ci sono più dubbi. Un quarto corpo viene ritrovato nell’Adige, dopo una parziale confessione. Un’altra prostituta scomparsa, presente nel suo schedario, non verrà mai ritrovata. Una sesta donna appare già morta nelle fotografie, ma non è mai stato possibile identificarla.

Stevanin è colpevole, certo, ma è capace di intendere e di volere? Lui dice di ricordare le cose a tratti, a volte ammette che le donne sono morte a casa sua, sì, ma durante rapporti sessuali estremi, non c’è stata premeditazione. In seguito le ha smembrate per sbarazzarsi dei cadaveri. Dice di avere vissuto questi episodi come sogni. I suoi avvocati sostengono che sia tutto dovuto al grave incidente di moto in cui è quasi morto, a seguito di una ferita alla testa. Che lui non manca di mettere in mostra al primo processo, presentandosi totalmente rasato. Ma i periti dicono invece che non solo è sano di mente, ma che è pure una persona molto intelligente, un abile calcolatore.

Viene prima condannato all’ergastolo, poi la Corte d’Assise gli riconosce l’infermità mentale, e infine in appello viene confermato l’ergastolo. E di nuovo, lo fa la Corte di Cassazione. Attualmente rinchiuso presso il carcere di Opera Stevanin, dopo avere salvato per due volte la vita del compagno di cella aspirante suicida, medita in caso di semilibertà di servire da laico in un convento francescano.