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Criminologia

Bite Marks e tool marks

Bite MarksIn alcuni casi del crimine i maniaci o criminali lasciano sulle vittime dei segni identificativi simili a morsi; questi vengono chiamati “bite marks“. Questi “marchi” particolari rendono possibile rintracciare la persona che li ha lasciati sul corpo della vittima, quindi si può dire che essi aiutino la giustizia. Anche gli oggetti utilizzati come armi contundenti durante gli omicidi possono essere riconosciute e determinate, grazie agli accertamenti  denominati “tool marks“, questi riconoscimenti però risultano complicati da riconoscere dato che ogni oggetto lascia una traccia differente dagli altri e a volte dipende anche dalla forza con cui l’oggetto viene utilizzato. Nel campo dei “tool marks” negli ultimi anni i reparti di criminologia hanno cominciato a tenere dei registri delle impronte dei più svariati oggetti contundenti utilizzati nei vari casi e questo sta facilitando la risoluzione di molti casi. Il metodo dei “bite marks” inoltre viene molto utilizzato per identificare persone scomparse che magari sono difficilmente riconoscibili. Purtroppo il riscontro odontoiatrico a volte risulta inefficace, perché alcuni soggetti hanno cambiato dentatura nel tempo; per  esempio facendosi una ricostruzione completa dell’apparato dentario e ciò risulta un ostacolo per le identificazioni oppure il soggetto nel tempo trascorso tra lo sviluppo delle radiografie dentarie e la sua morte la sua dentatura sia peggiorata di molto (in questi casi si ricorre alle impronte digitali e al riscontro del DNA). Dopo questi chiarimenti sulla comparazione odontoiatrica si capisce che essa ha dei limiti che riducono di molto il suo utilizzo, ma resta comunque uno dei mezzi più utilizzati per il riconoscimento di criminali e soggetti scomparsi a cui bisogna ridare un’identità  per poterli ricongiungere ai propri cari. Uno dei processi passati alla storia per essere stato risolto grazie al metodo, all’ epoca da poco scoperto, dei “bite marks”, fu il caso di Theodore Robert Bundy serial killer statunitense, autore di almeno una trentina di omicidi ai danni di giovani donne tra il ’74 e il ’78, ma si sospetta che ne abbia commessi alcuni anche negli anni ’60. All’ epoca non si riusciva ad incastrare questo killer seriale dalla grande intelligenza, che però utilizzava in modo disdicevole. Prova che lo incastro e permise la sua condanna a morte,  fu il segno di un suo morso sul corpo di una delle sue vittime nella strage del “Chi Omega”, infatti confrontando i segni di quel morso e del calco dei denti dell’accusato, effettuato prima dell’inizio delle indagini, si scopri che combaciavano perfettamente. Ovviamente se questo caso si fosse svolto ai giorni nostri, si sarebbe subito ricorsi all’ esame del DNA, ma data la sua inesistenza negli anni ’80, il riscontro odontoiatrico fu la prova fatale per questo serial killer.