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Serial Killer

L’ ammazzabambini Callisto Grandi: la strage del carrettiere

Callisto Grandi venne al mondo in un tempo e in un paese in cui non c’erano persone diversamente abili o disabili o handicappate: c’erano le “crape pelate”, gli “Orango Tango”, gli “zitelli” per manifesta inumanità. Tutti attributi che Callisto si sentiva ripetere più o meno quotidianamente nel paese di Incisa Valdarno, dove era nato nel 1849. E in più, quello tutto suo e particolare di “ventundita”. Oggi diremmo “polidattilo”, un termine assai più stupido, dato che vuol dire solo “con molte dita” – il che si potrebbe dire di qualunque essere umano – ma che sembra particolarmente gentile visto che nessuno ne capisce il senso.

Callisto non era particolarmente intelligente, oggi diremmo che aveva un lieve ritardo mentale, ed esercitava una professione da uomini del popolo, che non predispone alla mitezza, quella del carradore (costruttore e riparatore di carri). Non a caso, ancora oggi in molte parti di Italia si dice “bestemmiare come un carrettiere”. Uno che ha a che fare tutti i giorni con gente dura come i carrettieri non può tollerare di essere preso in giro. E se si nasce svantaggiati, come Callisto, esposti tutti i giorni al ludibrio della gente e dei bambini, si crea una situazione di costante tensione. Questo non giustifica certo l’esplosione di violenza, unica nella storia d’Italia, che lo vide protagonista. Il peggior infanticidio seriale della storia patria. Ma forse la spiega.

Callisto ci prova a far valere le sue ragioni. Va dalle autorità a lui accessibili, che in un paese sono necessariamente il maestro di scuola e il prete. Spiega che i bambini lo sottopongono a scherzi umilianti, lo insultano. Lo derubano pure. Gli hanno dipinto la faccia con un pennello a lui stesso sottratto. Non può andare avanti così. “Uno mi tinse il viso con un pennello e stetti con il viso tinto per tre giorni”, dice. Si possono immaginare le reazioni gentili ma fredde del maestro e del prete, i mezzi sorrisi e le ipocrite parole di conforto. Dopodiché, andatosene Callisto, i due si saranno probabilmente fatti grasse risate alle sue spalle.

Lui invece non ride più. Decide di risolvere il problema a modo suo. Non è particolarmente intelligente, l’abbiamo detto, ma fa un lavoro manuale e ha un paio di braccia buone. Ammazza i bambini, uno dopo l’altro, quando ne ha l’occasione, con una ruota da carro. Schiantando loro la schiena a colpi di ruota, dopo averli attirati nel retrobottega con qualche pretesto. Certo esistevano anche all’epoca sistemi più spicci, meno brutali. Ma l’abbiamo detto, Callisto non era particolarmente intelligente. Tra il 1873 e il 1875 ne fa fuori almeno 4, e li seppellisce in una buca. Lo prendono in flagrante alla quinta vittima (ritrovata) e lo condannano a 20 anni di lavori forzati, contraddittoriamente seguiti dall’ internamento in manicomio a vita.

Come commentò lui stesso: “Se ero pazzo non dovevo essere messo in carcere ma in un manicomio; se non lo ero, come risultavo dal processo, sarei dovuto essere rilasciato dopo aver espiato la pena.”